Giovanni Umicini. Il risveglio delle belle addormentate.
Nel fondo di un armadio, per oltre trent'anni, ha dormito un diario fotografico. Non un diario di parole: cento fogli di Polaroid 20×25, unici, irripetibili, senza negativo — quindi senza possibilità di replica, senza correzione, senza seconda occasione. È il racconto per immagini di venticinque giorni newyorkesi del 1985, firmato da Giovanni Umicini, uno dei pochissimi maestri italiani della street photography. Quando la sua assistente li ritrova e li porta alla luce, quelle "belle addormentate" si risvegliano in un volume che Turato Edizioni pubblica come ultimo, prezioso capitolo di un percorso fotografico durato più di settant'anni — l'ultimo catalogo firmato prima della scomparsa dell'autore, nel settembre del 2020.
La scelta della Polaroid è estrema e difficile. Vuol dire che c'è un unico originale, non esiste negativo. Non è solo «o la va o la spacca» — con Umicini va praticamente sempre — significa che quell'immagine non avrà copie, che è un delicato tesoro come individualità, che dev'essere salvata pena la scomparsa definitiva. Paolo Coltro, saggio introduttivo a My New York
Una strada, uno sguardo: breve storia della street photography

Prima di entrare nella New York di Umicini, vale la pena ricordare da dove viene lo sguardo che la attraversa. La street photography nasce con la fotografia stessa uscita dallo studio, tra Ottocento e Novecento: negli Stati Uniti degli anni Trenta è Walker Evans, con i ritratti rubati nella metropolitana di New York, a fissare l'idea del fotografo come testimone discreto, quasi invisibile, della vita altrui. Ma è Henri Cartier-Bresson, e la sua teoria dell'"attimo decisivo", a codificare la grammatica del genere: la strada come teatro imprevedibile, l'inquadratura come scommessa istantanea, l'occhio che deve cogliere — in una frazione di secondo — la geometria segreta del reale.
Nel dopoguerra il testimone passa a una generazione più inquieta. Robert Frank, con The Americans (1958), restituisce un paese meno epico e più vero, fatto di stazioni di servizio, bar deserti, volti stanchi. Garry Winogrand porta la fotografia di strada al parossismo: migliaia di scatti nervosi, sghembi, affollati, in cui Manhattan diventa un flusso continuo di corpi e sguardi incrociati. Ed è proprio a partire dagli anni Settanta che il genere compie un'altra svolta decisiva: il colore, fino ad allora relegato alla pubblicità e al fotogiornalismo "basso", entra nel linguaggio d'autore grazie a William Eggleston e Joel Meyerowitz, che dimostrano come un'insegna al neon o una tovaglia di plastica possano avere la stessa dignità compositiva del bianco e nero di Cartier-Bresson.

È in questo solco — Evans, Cartier-Bresson, Frank, Winogrand, il colore di Eggleston — che va collocato Giovanni Umicini. Non come epigono tardivo, ma come una delle voci italiane più coerenti e meno celebrate di questa tradizione: un fotografo che ha applicato la stessa etica dello sguardo, la stessa pazienza del testimone silenzioso, a due città diversissime e complementari — la New York degli anni Ottanta e la Padova in cui aveva scelto di vivere.
Da Firenze a Padova, un maestro appartato
Giovanni Umicini nasce a Firenze nel 1931 e comincia a fotografare giovanissimo, nel 1946. Il suo è un apprendistato tecnico prima ancora che estetico: a Viareggio, nel laboratorio del fotografo Bartolini, impara a trattare le pellicole invertibili Ansco; nel 1957 il mensile americano Modern Photography pubblica una sua serie di immagini, e l'anno seguente comincia a collaborare con i laboratori di ricerca della Eastman Kodak, a Rochester e Harrow. Nel 1959 si trasferisce a Padova per dirigere il laboratorio Kodacolor della città — la Padova che diventerà, per il resto della sua vita, il suo secondo soggetto fotografico dopo New York.

Giovanni Umicini a Viareggio, negli anni della formazione presso il laboratorio Bartolini
Negli anni Sessanta avvia la libera professione come fotografo pubblicitario e industriale; il suo studio diventa luogo di formazione per giovani fotografi, e Umicini stringe rapporti con artisti come Emilio Vedova e Hans Hartung. Nel 1969 la rivista Popular Photography dedica un articolo al gruppo "Cobra Image", di cui fa parte insieme a Giampiero Bertazzi e Lorenzo Trento. Ma è la strada, non lo studio, il suo vero terreno: per decenni fotografa Padova senza posa — il mercato Sotto il Salone, i portici del ghetto, le coppie sedute nelle nicchie del Duomo, gli anziani seduti sui muretti di Prato della Valle — restituendo, fotogramma dopo fotogramma, quella che lui stesso definiva con orgoglio understatement "niente di straordinario": la quotidianità collettiva di una città che, nel suo obiettivo, sembra non cambiare mai. È la stessa idea — "la poesia della vita", come amava definirla — che nel 1985 porterà a New York.
New York, 1985: un diario in Polaroid

Umicini parte per New York senza attrezzatura fotografica: decide che comprerà qualcosa sul posto. Trova una vecchia macchina di produzione cinese, fuori standard, pesante, tutt'altro che pratica — quasi una sfida rivolta a sé stesso. È lì che entra in scena la Polaroid Polacolor in formato 20×25: fogli che si sviluppano una volta sola, senza negativo, senza possibilità di ritocco. Ogni scatto è un atto irreversibile.
Ad accompagnarlo per ore, giorno dopo giorno, è Barbara Samuels, giovane tassista che lo porta a zonzo per la città con, nel bagagliaio, altri quindici chili di sviluppatore portatile — il compagno di viaggio necessario a dare vita immediata alle immagini. In venticinque giorni nascono così centosette fotografie: frammenti di vita comune colti coi piedi per terra, senza ossessione estetica, senza filtro, senza alcun passaggio successivo — quel che si vede è quel che è stato, in un'epoca in cui la manipolazione dell'immagine era ancora impensabile o quasi. Cento di quegli scatti compongono oggi il volume My New York.
Il risveglio delle belle addormentate

Per oltre trent'anni quelle Polaroid restano dimenticate in un armadio. È l'assistente di Umicini a ritrovarle e a coglierne l'essenza preziosa: un tesoro che rischiava di scomparire per sempre, dato che di ogni immagine esiste un unico originale. Il confronto con la New York che tutti abbiamo negli occhi — quella dei film, delle cartoline, della memoria collettiva — si carica così di una struggente nostalgia, resa ancora più intensa da colori che sembrano frutto di sapienti elaborazioni e sono invece pura immediatezza artigianale, affidata al caso e alla chimica di un processo istantaneo.
Turato Edizioni pubblica oggi questo lavoro come l'ultimo catalogo firmato da Giovanni Umicini prima della sua scomparsa, avvenuta il 17 settembre 2020. Un congedo che non è mai stato pensato come tale — le fotografie erano state scattate, e poi dimenticate, decenni prima — ma che assume oggi il valore di un testamento visivo: l'ultima parola di un fotografo che ha dedicato una vita intera all'arte di guardare senza dimostrare, di mostrare senza deformare.
Lo sapevi che?
Le Polaroid 20×25 non si scattavano con una fotocamera qualsiasi: il formato richiedeva apparecchi enormi, spesso costruiti su misura, di cui esistevano pochissimi esemplari al mondo. Fra i pochi artisti che li hanno usati figurano Andy Warhol, Ansel Adams e Chuck Close. Umicini, da autentico artigiano dell'immagine, ne trovò uno "fuori standard" a New York — pesante, scomodo, per nulla professionale — e lo trasformò comunque nello strumento perfetto per il suo diario in cento scatti irripetibili.
Con My New York, Turato Edizioni restituisce al pubblico l'ultimo tassello fotografico di Giovanni Umicini, maestro italiano della street photography: cento Polaroid uniche, scattate a New York nel 1985 e ritrovate dopo trent'anni, oggi raccolte in un catalogo d'arte a tiratura limitata.












